Discanto

Una spontanea rottura di simmetria

Archive for December, 2009

Dedicato

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A I.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=KDPwtRY-G_Q&hl=en_US&fs=1&]

Written by Fabio

December 31st, 2009 at 6:34 pm

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Up on the roof

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E auguri anche ai precari dell’ISPRA, così come a tutti quelli che stanno difendendo con i denti che battono il loro diritto al lavoro. Che sia un anno migliore.

Written by Fabio

December 31st, 2009 at 4:58 pm

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Ancora un paio d'anni di follie

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Mancano ancora due anni al 2012, quando finirà il mondo, secondo Giacobbo. Quindi divertitevi, approfittatene di ogni momento felice e fate finta di niente in quelli meno simpatici. Insomma, mangiate tanto e fate pochi botti stasera.

In sintesi, buon anno.

Written by Fabio

December 31st, 2009 at 3:40 pm

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Il belpaese

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CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no. Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.

(da Repubblica)

Written by Fabio

December 30th, 2009 at 11:18 am

Oh my God

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Ci sono giorni che mi faccio delle domande troppo grandi. A volte anche decidere quale maglione mettersi è una domanda troppo grande, ok, ma ora dico quelle grandi davvero, quelle esistenziali. L’altro giorno stavo a un funerale. Era il funerale di una persona che conoscevo così poco che davvero non mi sarebbe uscita una lacrima nemmeno a strizzarmi, tanto più che stavamo in una Chiesa che era addobbata con un affresco pieno di simboli fascisti e con una Madonna che teneva in mano un crocifisso allo stesso modo di come un naziskin tiene una spranga. Vabbè. A me le domande grosse vengono nei momenti più strani. E allora mentre stavamo lì e c’era la bara, il picchetto d’onore (porelli) e l’incenso e tutto quanto io pensavo: ma a mio figlio che risponderò il giorno che mi chiederà di dio, di Gesù Bambino e di tutte quelle cose lì. Ecco. E allora mi è passato davanti il prete con cui sono cresciuto in parrocchia e poi la faccia di Ratzinger. Alternati. Prima l’uno e poi l’altro. E in mezzo un eterno riposo. E continuavo a chiedermi, ma io in che dio credo? Che poi già in sé la domanda è sbagliata. Voglio dire, se te lo chiedi probabilmente in qualcosa credi, altrimenti neanche te la poni la questione (che poi mi sa che questo argomento lo hanno sfruttato anche parecchi filosofi in quegli anni lì, quelli in cui non si poteva fare molto altro oltre che filosofeggiare). Poi pensavo che io sono uno scienziato. O meglio, ho avuto una formazione scientifica. Una di quelle che c’è il Big Bang, le particelle elementari e la seconda legge della termodinamica. E dio non gioca a dadi. E la Relatività e il relativismo. E don Luigi, e Ratzinger. Ma io a mio figlio un giorno gli vorrei parlare di dio come lo penso io. Come lo penso quando sono triste, come lo penso la notte di Natale.
Un dio che non gioca a dadi, perché preferisce il tresette.
Il mio dio è donna, perché ha la tenerezza della mamma, ma è anche il papà che non ho avuto. Però è più donna, perché sa cucinare bene.
Il mio dio tifa la Roma.
Il mio dio ha scritto delle leggi fisiche bellissime e si diverte a vedere noi che costruiamo telescopi ed acceleratori per cercare di scoprirle.
Il mio dio si è divertito a scassare l’LHC per farci uno scherzetto.
Il mio dio si incazza tantissimo quando i politici di destra, di centro e di sinistra, lo usano per i loro schifosissimi scopi politici.
Il mio dio si incazza per le ingiustizie, ma tanto.
Il mio dio piange per le guerre, che lui non c’entra niente, anche se gli altri dicono così.
Il mio dio non si offende per le bestemmie dei poveracci, in fondo a lui il maiale piace.
Il mio dio se potesse si aprirebbe un blog, ma poi sa che che ci sono i troll e allora preferisce lasciar stare.
Il mio dio ha friendfeed, ma è sotto falso nome.
Il mio dio non capisce come si faccia a venerare gente come Padre Pio o a credere a cose come la Sindone.
Il mio dio non ha alcuna simpatia per quelli che si mettono una tonaca.
Il mio dio non avrà nessuna pietà per quelli che con quella tonaca si approfitteranno di giovani vite innocenti.
Il mio dio ama bere il vino, ma preferisce la birra. La Franziskaner.
Il mio dio non è mai stato democristiano.
Il mio dio quando due persone fanno l’amore è molto contento ed è fiero di come ci ha fatti bene.
Il mio dio amava molto la musica di De André.
Il mio dio tra i Beatles e i Rolling Stones preferisce … beh? C’è davvero bisogno di dirlo?
Il mio dio ha un macbook. Bianco, ovviamente.
Il mio dio non sa una parola di latino.
Il mio dio, se potesse, farebbe qualsiasi cosa per i poveri, i derelitti e i malati. Ma purtroppo non può. Perché lui è onnipotente, ma gli uomini purtroppo sono stronzi.
Il mio dio pensa che le suore portino davvero sfiga.
Il mio dio non capisce tutta questa cosa della castità.
Il mio dio adora i peanuts.
Il mio dio ha una profonda simpatia per gli atei perché. dice lui, in questo mondo forse sarei ateo pure io.
Il mio dio preferisce il pandoro al panettone.
Il mio dio fa una carbonara della madonna.
Il mio dio non capisce perché in tutte le scuole dovrebbero mettere una cosa che gli ricorda come è morto dolorosamente suo figlio.
Il mio dio si diverte a cambiare forma e nome.
Il mio dio con il pastore tedesco non c’entra niente. Altro che spirito santo: quella che si erano bevuti era vodka di pessima qualità.
Il mio dio quando una donna abortisce diventa triste, ma quando qualcuno la vuole costringere a non abortire in nome della legge o di non si sa quale morale, si incazza come una bestia.
Il mio dio a volte si sente tanto solo.
Il mio dio vorrebbe che nessuno si sentisse solo.
Il mio dio, in fondo, vorrebbe che ognuno sentisse che da qualche parte, in qualche angolo dell’Universo infinito ci fosse qualcuno pronto a volergli bene. Non importa come questo qualcuno viene chiamato. Non importa che sia il dio degli ebrei, dei musulmani o dei cristiani. Ognuno, forse, dovrebbe pensare il suo dio buono come lo desidera. Qualcuno ha detto che dio è stata la prima invenzione dell’uomo. Altri pensano che l’uomo invece sia stato un’invenzione di dio. Boh, per me è come l’uovo e la gallina. Ma dell’uovo ne riparleremo a Pasqua. Io vorrei che mio figlio avesse l’idea di un dio buono, dolce e generoso. Un dio fatto su misura. Forse non esiste, ma se esistesse io vorrei che fosse proprio così.

(il mio Psla, gli altri li scaricate da qui. Buona lettura e soprattutto… Buon Natale)

Written by Fabio

December 24th, 2009 at 8:54 am

Le piccole differenze

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Come ancora non ho capito bene la differenza tra un podcast e un file mp3, devo confessare che non ho molto capito la differenza tra un e-book e un file pdf.

Abbiate pietà di me.

Written by Fabio

December 23rd, 2009 at 11:33 am

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Bye bye Condor

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Ciao e grazie di tutto!

Written by Fabio

December 22nd, 2009 at 11:41 am

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Consigli per gli acquisti

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Lo scaricate gratuitamente da qui.

Written by Fabio

December 21st, 2009 at 1:43 pm

Tra le Crociate e Gesù Cristo

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L’altroieri ho sentito un commento favorevole al saluto di Berlusconi fatto circolare dopo l’attentato.

“Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”.

Una persona mi ha detto: dai, ha fatto bene a parlare di “amore”, in questa situazione. Ma Berlusconi non ha parlato di amore, le ho spiegato: ha parlato di “amore che vince sull’invidia e sull’odio”. Non è amore, questo. Non è di amore che parla: parla di odio, parla di “vincere”. Parla ancora di fare la guerra ed eliminare il nemico. L’amore non “vince”: per vincere bisogna combattere, e allora non stiamo già parlando più di amore.
Mi ha fatto impressione anche un’altra cosa: come alcuni giustizialisti di indole e professione abbiano privilegiato, nella loro condanna dell’attentato, la necessità di “punire il colpevole”: un tic rivelatore, quello che pensa alla punizione dell’aggressore prima che al soccorso della vittima, e che è di fatto il manifesto di almeno un partito politico di questo paese.
Capite che il discorso se ne sta andando sulla prevalenza dell’odio sulla generosità, del desiderio di male piuttosto che di bene, ed è un discorso sia facile che complesso e che ci tiriamo dietro da un pezzo.
Quindi torno alla banalizzazione che ne volevo fare: ci sono persone in questo paese che pensano – per attitudine, non per metodo empirico – che il problema del male si debba affrontare eliminando e umiliando i cattivi. Ci sono persone che invece pensano che si debba cercare di far diventare tutti più buoni.

p.s. ci passa la differenza che passa tra le Crociate e Gesù Cristo, già.

(Wittgenstein)

Written by Fabio

December 17th, 2009 at 3:38 pm

Uno e zero

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Stamattina, come d’incanto, ho capito a cosa è servito davvero introdurre in Italia il digitale terrestre.

L’ho capito perché è un po’ di giorni che, mentre cerco di vedere La7, ci sono dei disturbi fastidiosi, ma proprio tanto fastidiosi, tipo BZZZ, ZAP ZAP, UAP UA, che ti obbligano, di fatto, a cambiare canale.

Io sono fortunato, come quelli che vivono a Milano, o a Roma, i cui problemi, forse, si limitano a La7 o a pochi altri canali. Ma cosa succede nei paesini di campagna o, peggio, in quelli di montagna?

Prima dell’introduzione del digitale terrestre, quando si andava in montagna si era abbastanza abituati al fatto che la maggior parte dei canali (a parte, forse Rai1) si vedessero con la cosiddetta nebbiolina, o con l’immagine che ogni tanto sfumava via. Ci si era abituati, e un po’ faceva parte anche dell’atmosfera. Era il segnale analogico. Con l’analogico dal “si vede bene” al “non si vede una mazza” c’era tutta una vasta gamma di sfumature. Un lungo continuum di disturbi tutto sommato sopportabili. Con il digitale no. Con il digitale è solo uno o zero. Tutto o niente. Si vede tutto oppure non si vede una mazza. Niente vie di mezzo.

E sapete una cosa? Ho come l’idea che in un sacco di posti, eccetto forse le grandi città, per la maggior parte dei canali sarà zero: non si vedrà una mazza. Oppure sarà come per me con La7: per la maggior parte del tempo non si vedrà una mazza. E allora qual è la soluzione? La soluzione sarà solo una (a parte traslocare, dopo innumerevoli tentativi di riorientare l’antenna) e sarà quella di rivolgersi al segnale satellitare, che arriva dappertutto e arriva bene.

Insomma, ci hanno provato con i film in prima visione, ci hanno provato con tuttoilcalciominutoperminuto e non ci erano riusciti. Ora ci provano con il digitale terrestre. Vediamo se ci riescono.

Written by Fabio

December 5th, 2009 at 11:32 am

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