Archive for the ‘Io’ Category
Hanno vinto
E’ pomeriggio e finalmente un po’ si respira. Il tempo adatto per farsi una pennica.
Anche il piccolo uomo di là sta dormendo.
Mi metto sul divano. Quasi dormo.
Un auto si ferma sotto casa. E’ una BMW di grossa cilindrata.
Suona il clacson. Due volte. Impossibile non sentirlo. Già era successo. Lo fa per chiamare un suo amico che abita nel palazzo di fronte. Siamo nell’era dei cellulari? E allora no: due colpi di clacson. Fortissimi.
Mi affaccio. Lo guardo.
Intanto lui scende dall’auto e dà un’occhiata alla carrozzeria. Di un’auto che varrà almeno il doppio della mia.
Ho l’impulso di urlare. Anche di scendere e di dargli un sacco di botte, sapendo che ne prenderei almeno il doppio.
Non è italiano, anche se l’auto che ha è targata Bologna. La mia invece no.
Torno ha stendermi sul letto, mi sento razzista e so che comunque ha vinto lui.
La scomparsa di Cabibbo
La mattina quando mi sveglio, una delle prime cose che faccio è fare un giro sui social network. Stamattina spulciando l’inutile facebook ho visto che un mio ex compagno di università aveva condiviso un articolo de La Stampa. L’articolo annunciava la scomparsa di Nicola Cabibbo, all’età di 75 anni.
Nicola Cabibbo è stato mio professore di Fisica Teorica all’università. Uno dei corsi più belli che io abbia mai seguito, e sicuramente molto per merito suo. Ma questo c’entra poco. Nicola Cabibbo è uno di quelli che hanno fatto la storia della Fisica. Nicola Cabibbo è stato, ed è, l’orgoglio della Fisica italiana. Qualche anno fa, il Nobel per la Fisica è stato assegnato a Kobayashi e Maskawa per il cosiddetto mixing della matrice CKM. Sapete per cosa sta la C? Ecco, bravi, avete indovinato. Si sono alzate molte voci, anche molto autorevoli, per commentare questo “scippo”. Nicola Cabibbo aveva preferito non commentare. Cabibbo è stato anche uno dei padri dei supercalcolatori che oggi permettono di ottenere simulazioni in vari campi della Fisica e della Tecnica.
Voglio ricordare Cabibbo con due piccoli episodi. A dire il vero uno di questi episodi si ripeteva piuttosto spesso e, in alcuni casi, potrebbe sembrare una cosa un po’ sgradevole. Insomma, più di una volta successe che la lezione fosse interrotta dal suono del suo cellulare. Allora lui si interrompeva e correva fuori dall’aula a rispondere. Un giorno rientrando dopo un minuto ci guardò e in tono di scuse, con la sua voce che ricordava un po’ quella di Paperino, ci disse “scusatemi: è mia moglie e non lo posso spegnere!” e fece una faccia come a dire “se lo spengo poi chi la sente”.
Il secondo ricordo è legato proprio alla matrice CKM. Quando la spiegò, alla fine del corso, a un certo punto disse, non senza una piccola enfasi “e l’angolo teta è detto anche angolo di… ehm.. Cabibbo”. L’aula scoppiò in un divertito applauso mentre lui divertito si scherniva.
Mi piace pensare di salutarlo con quell’applauso. Addio prof. Cabibbo.
Ricordati di me
Ci sono un certo numero di cose di cui in genere è meglio non parlare sui blog e sui social network. Si rischia di fare la figura dei “pesantoni” o comunque di quelli che guardano sempre il bicchiere mezzo vuoto o fanno i tristoni. Quindi, per questi e altri motivi, a volte mi autocensuro e alcune considerazioni me le tengo per me. Anche, magari, per una forma di pudore nei confronti degli estranei, ma anche di quelli che mi stanno vicini.
In questo post parlerò di morte. Se volete potete benissimo fare a meno di leggere. Io scriverò comunque, nella speranza che tirare fuori queste considerazioni mi aiuti a dormire sonni più leggeri.
Dice “sei matto? sei così giovane e pensi alla morte?”. Dico di sì. Mio padre morì che io avevo nove anni e ho pochissime immagini di lui nella mia mente. Mio zio morì a 33 anni, la mia età oggi. Sua figlia quasi non si ricorda più di lui. Io ho 33 anni e sono diventato da poco padre e da qualche giorno non faccio altro che pensare a una cosa. Tutto il bene che gli voglio, tutti i gesti di affetto che nutro per lui, tutte le piccole cose che faccio, se io un giorno non ci fossi più, che fine farebbero? Quanto a lungo si ricorderebbe di me? Penso a queste cose e poi penso a quanto vorrei ricordarmi meglio i gesti di amore che mio padre ha avuto per me. Li cerco nella mia testa e ritrovo il giorno che mi accompagnò a vedere una mostra, il giorno che mi insegnò a scattare una fotografia. Ritrovo anche i giorni in cui si arrabbiava con me e io scappavo a nascondermi nelle braccia di mia madre. E’ poco, è troppo poco per me. Vorrei che ogni attimo restasse per sempre, forse quello che vorrei è che io vivessi per sempre. Ma questo nessuno al mondo può garantirlo a me, alle persone che mi vogliono bene, alle persone che io amo. Insomma, quello che mi tormenta in questi giorni, che invece dovrebbero essere di vacanza, di svago e di serenità, è il fatto che un giorno mio figlio possa non ricordarsi di me.
Vivi ogni momento come fosse l’ultimo, dice qualcuno. Non lo so se è questa la via, forse invece bisognerebbe fare il contrario: vivi ogni istante come se potesse durare per sempre, lascia che non ci sia ieri e non ci sia domani. Vivi ora e vivi a fondo, forse così bisognerebbe fare.
O forse, come diceva quello, “la vita è adesso, il sogno è sempre”.
Al rene non si comanda
Ambulatorio, sabato mattina.
“Buongiorno, devo fare le analisi, ecco qui le prescrizioni”
“Buongiorno. Bene. Ha portato le urine?”
“No, veramente no. Non credevo fossero tra le analisi”
“Sì invece. Beh facciamo così. Ecco la provetta. Il bagno è la seconda porta a sinistra”
…
Facciamo il punto
Dunque: ora siamo a Bologna. Anzi, direi nei dintorni di Bologna. Tra poco ci muoveremo di nuovo per andare nella nostra tana definitiva.
Siamo in un posto dove fa piuttosto caldo e il cielo è bianco. Gli adulti sopportano: vorrebbero piangere ma non lo fanno. Spesso. I bimbi, che sono meglio di noi, quando vogliono piangere, lo fanno.
Il lavoro è un lavoro. Bello, impegnativo e appassionante. Tanto per dire: a lavoro si lavora bene e tanto.
A casa si fa da mangiare, si saltella per intrattenere Fil e poi si dorme. E ci si lava i denti, appena si può. Tempo per fare altro ce n’è ben poco (dove per “altro” si intende “fare la spesa”).
Figuriamoci per scrivere qualcosa sul blog. Tzé.
A me chiudere un blog fa tristezza.
E poi la mia avventura blogghistica è nata in Emilia e non vorrei che qui finisse.
E poi ci sono tutti quelli che dicono “la morte dei blog”, etc. etc.
E poi c’è la libertà di informazione, che passa per i blog, etc. etc.
Facciamo una cosa. Questo blog non chiude. Questo blog si trasforma.
E già si è trasformato parecchie volte. Solo che ora parlerà un po’ meno spesso. Solo quando proprio serve, come sarebbe sempre giusto fare.
Per le chiacchiere vi rimando a Twitter. Lì c’è spazio per poche parole, ogni tanto. Mi trovate lì, se serve.
Qui passateci ogni tanto, magari qualche cambiamento ci sarà.
Ciao,
F.
Ahem
Scusate l’assenza prolungata, ma qui, tra un trasloco, un bimbo piccolo e famelico, un matrimonio e un lavoro nuovo.. beh siamo un po’ incasinato.
Ma siamo vivi e stiamo tutti bene. Don’t worry.
Al maraschino
Ma se un giorno io sparissi da tutti i social network, qualcuno si accorgerebbe della mia mancanza?
Ecco: quando uno inizia a farsi queste domande non sta alla frutta. E’ già all’ammazzacaffé.
Easy
Stamattina venendo in ufficio ho ascoltato e riascoltato una sola canzone. Per almeno una decina di volte ho riascoltato Easy. Nella versione dei Commodores, non in quella dei Faith no more, perché a me sembra che questa versione sia appena un pochino più soul. Mi pare che nella voce di Lionel Ritchie alla fine un pochino di rimpianto ci sia. Sì, capisce che lei è una stronza, che alla fine sta meglio senza piuttosto che insieme a lei. Però, un pochino, in certi passaggi, a me pare che lui non sia proprio così convinto di essere così “easy“.
Vabbè dicevo che l’ho riascoltata un mare di volte. E alla fine la sentivo come si sente una vecchia ninna nanna. Si conosce ogni nota, ogni passaggio della voce. Addirittura potresti dargli una faccia alle note che senti. Potresti chiudere gli occhi e vederla lì, scorrere su un tuo immaginario spartito, la nota. Ognuna al suo posto, col suo valore, i suoi accidenti, che tu sai, tu conosci perché l’hai già incontrata tante altre volte e sai che faccia ha, quella nota. E le trombe in levare sul ritornello? Cazzo, potresti dare tu gli attacchi, tanto li conosci bene. Così come la svisata sull’assolo di chitarra. Magari un po’ coattella, ma chi se la toglie dalla mente?
Questa è un po’ una canzone di rinascita. Di quelle che “ok, questo capitolo è finito, ora ne ricominciamo uno bello nuovo: piazzati un bel sorriso sulle labbra e vai!”. Magari è la canzone che mi ci voleva stamattina. Magari è capitata solo per caso: avevo voglia di risentirla, di salutare di nuovo le sue note, tutte lì al loro posto, e amen. Boh. C’è che qui comunque di un nuovo inizio si sente l’odore, sempre più forte. Mica tanto facile questa volta. Mille cose a cui pensare. Soprattutto una persona in più a cui pensare. Ma sarà easy. Lo sarà, perché io cercherò di renderlo così.
Stamattina, entrando in ufficio, un collega mi fissa negli occhi, li vede un po’ lucidi. Prima sta un po’ in silenzio e poi mi dice: “Anche stanotte ti ha fatto dormire poco vero?”. E io “sì”.
I wanna be high, so high
I wanna be free to know
The things I do are right
I wanna be free
Just me, babe!
Ohm
Per ora, qui si fa resistenza al sonno.
Buona festa di Liberazione a tutti quelli che si sentono oppressi da qualcosa. Buon 25 Aprile.
Move on
A giugno si trasloca.
Di nuovo.
Tutti insieme.